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mercoledì 12 giugno 2019


Uva senza semi, il Sud Italia sporge denuncia all'Antitrust

Il Comitato Libero Agricoltori e Commercianti di Puglia e Basilicata, che riunisce la maggior parte dell’intera produzione e distribuzione nazionale di uva apirene, ha depositato lunedì scorso all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato un corposo dossier in cui si denunciano gli schemi contrattuali utilizzati - o, secondo la denuncia del Comitato, imposti - dai breeder per disciplinare e organizzare produzione, raccolta, conferimento e commercializzazione delle uve apirene.

“Questa non è né vuole essere una guerra contro i brevetti o l’innovazione in agricoltura - chiarisce il presidente del Comitato Lorenzo Colucci, tra i pionieri dell’introduzione delle varietà apirene in agricoltura - ma solo una verifica dei limiti dei diritti dei titolari di brevetto, allo scopo di prevenire e sanzionare ogni forma di abuso a danno degli agricoltori e distributori, ormai ridotti al ruolo di mezzadri”.

Il tema riguarda l’estensione e le modalità di esercizio dei diritti di proprietà intellettuale relativi alle piante e ai loro frutti (privative vegetali, concesse in Europa dal Cpvo; e dei marchi comunitari, concessi dall’Euipo), che sarebbero utilizzati dai breeders in modo abusivo, realizzando così una situazione economicamente insostenibile e fortemente abusiva  – secondo il Comitato – sotto il profilo del diritto della concorrenza e della competizione.

Recentemente, in Spagna, l’autorità Antitrust spagnola ha condannato i responsabili del “club” “Nadorcott” – varietà brevettata di mandarino - ritenendo che il sistema contrattuale violasse i diritti di produttori e rivenditori di distribuire liberamente i frutti ottenuti dalle piante, nonostante fossero stati pagate le royalties d’impianto.

Sono molti gli aspetti del rapporto contrattuale “imposto” dai breeder denunciati dal Comitato, ed in particolare: confusione sul materiale di propagazione, spesso privo di garanzie fitosanitarie; arbitrio delle aziende distributrici nella raccolta e commercializzazione del frutto del raccolto; conflitti di interesse tra vivai, distributori e produttori; mancanza di trasparenza nelle condizioni nel prezzo di rivendita; condizioni contrattuali inique.

Si tratta, del resto, dei temi alla base della Direttiva 2019/633 in materia di pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera agricola e alimentare, recentemente ratificata, che vieta espressamente una serie di pratiche commerciali che, purtroppo, risultano assai diffuse. 
“Si tratta di una prospettiva comunitaria - spiega Colucci - che non riguarda solo la Puglia e la Basilicata, ma l’Italia e altri paesi in Europa, ed è per questo che abbiamo il supporto di molte organizzazioni Nazionali ed Europee”.

Fonte: Ufficio stampa Comitato Libero Agricoltori e Commercianti di Puglia e Basilicata


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