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Roberto Della Casa mercoledì 15 maggio 2019


Italians (would) do it better

Avrei scommesso sull’italianità come valore spendibile in giro per il mondo su qualsiasi cosa commestibile, ma non avrei mai detto che per un prodotto tipicamente locale come il pomodoro, l’Italia risultasse la miglior origine subito dopo la nazione dei diecimila consumatori che abbiamo intervistato o, addirittura, prima di questa, come è accaduto nel Far East.
Spagna e Olanda, che sono i maggiori esportatori europei di pomodoro, vengono surclassati dal Belpaese nel percepito dei consumatori, sia nel Vecchio Continente che oltremare, tanto che negli Stati Uniti nessuno li cita e scompaiono.



E’ questo a mio avviso il risultato più eclatante della ricerca Multicountry del nostro Monitor Ortofrutta 2019. Diecimila intervistati in 5 Paesi europei e in dieci metropoli di tre continenti non hanno mostrato dubbi. Pur non acquistando o acquistando saltuariamente pomodoro italiano, pensano che quest’ultimo sia il migliore del mondo. Sarà che sia la pasta che la pizza, vanto dell’Italia, vanno a nozze con il pomodoro; sarà che la caprese e il San Marzano sono noti in tutto il mondo, fatto sta che pur esportando meno di un decimo degli olandesi o degli spagnoli, noi siamo il pomodoro nella testa della gente.

E questo vale oltremare anche per le arance, mentre – paradossalmente – è meno vero per prodotti, come pere e kiwi, dove almeno siamo leader a livello produttivo nello scenario internazionale.



Di fronte a queste evidenze mi domando come nessuno stia pensando ad utilizzare questi valori per recuperare o conquistare quote di mercato e, viceversa, si pensi che un Paese che non è capace di ripristinare in un anno tre fermate della metropolitana della sua capitale, possa giocare vantaggi competitivi sulla logistica rispetto a chi già oggi ci obbliga ad andare a nord per esportare verso sud. I casi, surreali per la logica ma logici per logistica, sono quelli degli hub di Schiphol e di Rotterdam, da cui dipendiamo per molte destinazioni a sud dell’Italia. Lasciamo stare la logistica come fattore competitivo, non è alla nostra portata, accontentiamoci di reperire servizi adeguati per raggiungere con costi accettabili i mercati di destino. Per il momento è il nostro massimo traguardo.

Viceversa, noi abbiamo altre armi distintive: essere il "belpaese” per l’ortofrutta significa avere i prodotti più sani e sicuri disponibili, anche qui con attestati di rilievo in tutto il mondo; peccato che non siano messi a valore. Così come la cucina, che abbiamo scoperto è sì legata alla magia trasmessa da Bottura & Friends, ma ancor più alla qualità delle materie prime. E’ finita l’era di chi confondeva il made in Italy con l’italian soundig: chi non compra l’originale è perché non se lo può permettere o perché non lo trova.

Anziché snocciolare la solita lunga lista di ciò che non va, sarebbe il caso di mettere a valore quanto di buono abbiamo, anche perché - come dimostra la nostra ricerca - è davvero distintivo. Per questo serve però una strategia nazionale per l’export, le azioni delle singole imprese non sono rilevanti. Per chi avesse voglia di lavorarci può scrivermi alla mail in calce; proprio ora stiamo iniziando la progettazione di questo importante capitolo degli Stati Generali dell’Ortofrutta che metteremo in scena il prossimo 20 novembre al Teatro Manzoni di Milano (clicca qui per vedere la brochure) con il contributo di tutti gli operatori di buona volontà.



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