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martedì 19 febbraio 2019


Un euro al litro per il latte sì, un euro al chilo per la frutta no

Il latte versato per strada che ricopre l'asfalto e come una perfetta onda bianca sembra entrare direttamente nelle case dei telespettatori: la protesta dei pastori sardi ha fatto centro. Tempi e modi degni di un'operazione di marketing di alto profilo studiata nei minimi dettagli, per una riuscita seconda soltanto a quella dei "Gilet gialli" francesi: la protesta colpisce l'immaginario dell'opinione pubblica, diventa coinvolgente, appassiona, fa immedesimare il consumatore... Questo il segreto del loro successo mediatico, perché se dovessimo guardare gli aspetti tecnici, la protesta dei pastori avrebbe molto meno senso, anzi è frutto di quella mancanza di aggregazione e strategia condivisa che è un po’ il male di gran parte della nostra agricoltura. I pastori, infatti, hanno abbondantemente superato le quote di produzione di latte per il pecorino romano senza che a valle si sia lavorato per uno sviluppo della domanda interna e, per di più, in una congiuntura internazionale negativa, problema che con altre proporzioni vive anche l'ortofrutta. Gli industriali? Se ne sono certo un po’ approfittati, giocando sul loro maggior potere contrattuale e scaricando parte della congiuntura sui produttori, ma la loro responsabilità si ferma qui, non si stanno certo arricchendo alle spalle dei più deboli.



Il risultato delle rimostranze sarde, tuttavia, è stato più che proporzionale rispetto alla portata del problema, confinato a un singolo territorio e afferente a una filiera che vale alla produzione meno di trecento milioni di euro. La decisa protesta dei pastori ha fatto però breccia nell’opinione pubblica, ha bucato il piccolo schermo ed è approdata sui tavoli della politica e negli uffici decisionali delle catene distributive, che ora - cavalcando quello che ormai è diventato un sentiment comune - promettono prezzi più generosi per il latte. Viene stesa una bozza di accordo con l’industria per garantire 72 centesimi al litro, ma il “Movimento” non ci sta e rilancia, con il vicepremier Matteo Salvini che si spende in prima persona per arrivare a un euro, anche perché mancano pochi giorni alle elezioni regionali e non si può rischiare. La sensazione è che anche il momento della protesta sia stato scelto alla perfezione.



Un euro al litro per il latte sì e un euro al chilo per l'ortofrutta no? Proprio così: l'ortofrutta, in questi anni, non ha mai trovato il modo di stimolare positivamente l'opinione pubblica nei confronti delle problematiche del settore, economicamente ben più rilevante di quello del pecorino romano. Si è fatta travolgere da speculazioni sui prezzi durante le gelate, sfruttamento della manodopera illegale quando il problema dell’immigrazione è balzato agli onori della cronaca, ricarichi ingiustificati lungo la filiera durante i periodi di recessione. E così l'immagine che ne esce - anche se il comparto ha commesso più o meno gli stessi errori di quello del latte di pecora - è negativa rispetto a quella dei pastori sardi.

Ora alcuni produttori danno in pasto le clementine ai maiali (clicca qui per leggere la notizia): non credo che questo gesto avrà lo impatto mediatico, sa troppo di brutta copia del latte. Se si vuole copiare, allora bisogna copiare bene: l'opinione pubblica ha un grande potere - e questa storia dei pastori sardi ce lo sta insegnando - ma va stimolata in maniera corretta, non riempiendo un'autostrada con le arance, ma emozionando e convincendo gli italiani.

I pastori sardi sono riusciti in pochi giorni a portare all’attenzione dell’opinione pubblica problemi di cui si dibatte da anni anche in un’ampia fetta del settore ortofrutticolo: dalle remunerazioni a monte della filiera ai rapporti di forza con le catene distributive, dalle strategie legate all’import-export al ruolo dell’Unione Europea. E da qui emerge come l'autoreferenzialità del settore ortofrutticolo possa essere un grande limite anche alla risoluzione di queste annose questioni.


La protesta dei Gilet arancioni per Xylella e gelate in Puglia. Sopra, quella dei pastori sardi

Ci sono produttori di pomodori e agrumi che convivono da tempo con una crisi ancora più profonda di quella dei pastori, dovuta anche a fattori endogeni, certo, ma ormai strutturale e sempre più acuta - crisi che potrebbe accentuarsi ulteriormente con l’apertura alle produzioni del Sahara Occidentale - ma il settore mai è riuscito a mobilitare tante forze e a calamitare una generalizzata attenzione e solidarietà.

Bene la rinnovata attenzione del Mipaaft al settore - con l’istituzione del catasto ortofrutticolo, il rilancio del Tavolo e l’impegno per sbloccare mercati strategici per l’export – bene anche la presenza costante a fianco degli operatori di settore della sottosegretaria Alessandra Pesce, ma servirebbe un po’ più di coraggio, un po’ più di forza e di incisività per far girare la testa di chi conta anche sull’ortofrutta.

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