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lunedì 7 gennaio 2019


Trasformato Made in Italy, le strategie dei big

La salsa “made in Italy” spopola ovunque. L’Italia è infatti il secondo Paese al mondo per il comparto industriale di trasformazione del pomodoro. Solo negli Stati Uniti, in particolare in California, realizzano numeri più importanti di noi. E battiamo anche la Cina, grande concorrente, che suscita però diffidenza nei consumatori attenti a un’alimentazione sana e bio.

La vitalità dell’industria conserviera italiana è confermata dai dati forniti dell’Anicav, l’associazione dei produttori: sono 61mila gli ettari messi a coltura per pomodoro da industria (il 6% in meno rispetto al 2017), 4,6 milioni le tonnellate di pomodoro trasformato, che generano 3,15 miliardi di euro fatturati. Il 50% del pomodoro in Europa si lavora in Italia e la metà di quello che produciamo lo esportiamo all’estero: in totale il 14% della produzione mondiale di pomodoro si fa in Italia. La “passata” è il prodotto più venduto (56% del mercato), cresciuto del 1,8% in volume rispetto al 2017.

Il 70% del pomodoro in Italia è trasformato dagli 80 grandi, medi e piccoli membri dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav). Molte aziende italiane, stimolate dalla crisi, dalle sofisticazioni e dalla concorrenza orientale, oggi hanno scelto la strada più difficile, ma alla lunga premiante: quella della qualità.

Le strategie dei big

Una di queste aziende è la parmigiana Mutti Spa, guidata da 25 anni da Francesco Mutti, che ha fatto crescere e modernizzato il business centenario di famiglia. Oggi l’azienda è leader di mercato in un settore che punta sui prodotti di nicchia e su una generale attenzione alla qualità, che in Mutti è un caposaldo e scelta premiante. "Quando ho iniziato a lavorare in azienda fatturavamo 10 milioni di euro, oggi siamo a 300 milioni. Il pomodoro era considerato banale, invece è un prodotto straordinario", racconta. Ma quello di Mutti è anche un lavoro di valorizzazione culturale e di ricerca qualitativa, investendo sulla filiera e stabilendo un rapporto corretto con gli agricoltori. I risultati? Un fatturato ipotizzato del 2018 di 340 milioni, 300 lavoratori occupati stabilmente, 1.500 nel culmine della lavorazione, dove si fa il 100% della produzione e l’80% dei prodotti finiti. Il pomodoro si raccoglie in pieno campo tra agosto e settembre, poi ci sono pochi giorni per metterlo in bottiglia e preservarlo.

La Doria unisce l’Italia

A pochi passi da Parma ha uno stabilimento anche La Doria, azienda fondata ad Angri, in provincia di Salerno, una delle “capitali” italiane della trasformazione del pomodoro. L’azienda, quotata in Borsa sul segmento Star, ha chiuso il 2017 con un fatturato di 669 milioni di euro e può contare sul lavoro di oltre 700 persone a tempo pieno, oltre a più di 300 lavoratori stagionali. Inoltre La Doria, particolarmente attiva nel settore delle private label per la grande distribuzione, da qualche anno è anche leader europeo nella produzione di sughi pronti, nonché la prima azienda sul mercato inglese dei derivati del pomodoro e dei legumi conservati. Ma non è finita, perché è particolarmente attiva anche sui mercati australiano e giapponese. Insomma, è una vera e propria eccellenza italiana a trazione (e tradizione) familiare.

La forza del brand

Anche quella guidata da Pasquale Petti, 37 anni, è un’azienda familiare, alla quarta generazione. E' nata in Campania, ma oggi la sede di Italian Food Spa è in Toscana. Con Pasquale è iniziata la politica di marchio, lo studio del mercato, e si è deciso di spostare la produzione in Toscana, nello stabilimento rilevato da Arrigoni, nel 1975. Fino ad allora la produzione era destinata all’estero, per private label. "Abbiamo valorizzato il nostro marchio storico. E investito 25 milioni di euro negli ultimi 5 anni per potenziare il nostro stabilimento di Venturina Terme. Ho puntato a una qualifica di origine geografica del mio prodotto, che è dolce, rosso, ricco di sali minerali. Il 30% della produzione è bio. Siamo i primi a proporre una passata di datterini bio". Petti propone pomodoro toscano, lavorato a bassa temperatura, in vetro, con etichette trasparenti. E dedica investimenti crescenti (+20/25% ogni anno nei primi 4 anni) al marketing e comunicazione, tanto da essere diventato il terzo brand del mercato. La previsione fatturato del 2018 è 60 milioni di euro, con una crescita del 123% rispetto al 2013, anno in cui è stata lanciata la linea a marchio Petti.

Fonte: Borsa Italiana


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