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martedì 8 gennaio 2019


Frutta tropicale, la scommessa made in Sicilia

Tra le imprese che hanno ottenuto a Napoli i riconoscimenti dal premio Smau per l’innovazione c’è quella di Maruzza Cupane, che in provincia di Messina, in località Rocca del comune di Capri Leone, conduce un’azienda agricola ad indirizzo frutticolo: “La mia azienda produce mango, avocado e agrumi, sono in tutto una decina di ettari, sui quali è in atto la conversione al biologico: quattro a tropicali e sei ad agrumi. Tra questi coltivo tutti quelli a maturazione inconsueta: arance tardive clementine, mandarino e mandarino simili, limone, così giusto per tenermi il ferro dietro la porta come si dice dalle mie parti" dice ad AgroNotizie.

La Cupane ha innovato molto: non solo biologico, ma anche avocado ipocalorico per chi è a dieta e mango coltivato in serra, per incrementare la produttività. E con un sistema di controllo qualità circolare, che passa dall'opinione del consumatore. Agrumi per cautelarsi, ma per investire e sperimentare qualcosa di nuovo ci sono i frutti tropicali.

Parliamo un po’ di come si tira su l’avocado, a che punto è la coltivazione?
Le tropicali le ho impiantate nel 2015 e quindi sono entrambi impianti molto giovani, hanno tre anni. Per l’avocado ho messo a dimora tre varietà, perché per la biologia riproduttiva dell’avocado è sempre bene avere una varietà valida da un punto di vista commerciale insieme ad un'altra che magari lo è meno, ma che funzioni bene da impollinatore, questo perché piante della stessa varietà sono autosterili, benché ogni singolo esemplare porti con sé fiori ermafroditi.

Quale set varietale ha scelto?
Ho scelto la Hass che è la varietà commerciale a buccia rugosa che diventa violacea alla maturazione, che è quella che si trova di più in commercio, come impollinatori ho due varietà che si chiamano Bacon e Fuerte, a buccia liscia e un po’ più precoci della Hass, e che stanno avendo anche loro ultimamente un buon rilancio sul mercato, perché hanno una pezzatura media maggiore ed un contenuto in grassi minore, e vengono spesso commercializzati come avocado ipocalorico. La scelta delle tre varietà è stata fatta in funzione sia dell’impollinazione che del calendario di maturazione. Sono quindi al terzo anno e solo ora inizio ad avere una piccola produzione.

E’ stato un investimento importante?
Sì, almeno per le potenzialità della mia azienda, che io ho effettuato con il cofinanziamento della misura per l’ammodernamento delle aziende agricole del Programma di sviluppo rurale della Sicilia 2007-2013. Conto di rientrare dall’investimento non prima del settimo anno, quindi siamo ancora proprio all’inizio. Già da quest’anno ho iniziato a raccogliere i primi frutti, mi aspetto un 2.000 chili di produzione, che rispetto a quella a pieno regime è molto bassa, ma è già qualcosa. Sono 700 piante e a pieno regime dovrebbero produrre abbastanza per garantire una quota significativa del reddito aziendale.

Lì dove si trova, come è la natura del terreno?
Sono terreni molto fertili, abbastanza sciolti, molto vocati per la frutticoltura sud tropicale: questo perché sono stati effettuati molti studi in Sicilia da parte delle Università e dei centri di ricerca prima dell’introduzione effettiva di questi frutti nelle aziende. Sono state identificate due aree: una che corre da Palermo a Messina, dove si trova la mia azienda, ed un’altra nel catanese. Ed è in questi due areali che si sta sviluppando in questo momento la frutticoltura tropicale in Sicilia.

Quindi, data questa condizione di buona vocazione dei terreni, cosa restava da fare per dare una marcia in più a queste coltivazioni?
Mi sono concentrata su come ottimizzare l’irrigazione e ridurre al minimo il ristagno idrico in azienda, che è uno dei punti critici per la coltivazione dell’avocado, che è molto sensibile al marciume radicale e all’asfissia. Peraltro si tratta di un problema comune alle piante di agrumi, che ora stanno beneficiando delle conoscenze acquisite per le tropicali. Ho effettuato molti drenaggi, molte baulature nei punti più sensibili al ristagno idrico, in modo da cercare di isolare l’apparato radicale dalle acque ferme.

Non c’è solo l’avocado, ma anche il mango. Come sta andando questa seconda tropicale in azienda?
Sto sperimentando una piantagione di mango diversa da quella descritta in letteratura per gli areali siciliani: qui questa tropicale cresce bene anche in pieno campo, va solo protetta d’inverno dalle gelate e dalle brinate, invece ho puntato sulla coltura in serra con una forma di allevamento a spalliera, come si fa con altre fruttifere, quindi una coltivazione più intensiva. La condizione particolare della serra, la possibilità di controllare il microclima, ha permesso a queste piante di crescere e dare frutti con due anni d’anticipo rispetto a quella che è la letteratura in Sicilia. Le piante sono molto vigorose e supportano molto bene questo piccolo stress produttivo.

Per la commercializzazione dei frutti, come si è organizzata?
Lo sbocco di mercato è essenziale e lo sarà sempre di più man mano che la resa aumenterà. Attualmente mi affido alla vendita diretta ed al commercio online. Personalmente controllo direttamente la qualità del prodotto, ma dal momento che lo invio al consumatore, ho bisogno di sapere dal consumatore quali sono le sue percezioni sul prodotto: perché non è detto che la qualità misurata strumentalmente – come il tenore in zuccheri e la durezza della polpa – siano poi in realtà coincidenti con la qualità percepita da chi ha acquistato la frutta, ma è quest’ultima alla quale devo puntare.

Questo obiettivo mi ha indotto a costruire un sistema circolare di controllo della qualità, che fa riferimento al feedback del consumatore, fatto in modo da poterlo sfruttare anche quando le produzioni saranno più elevate e la distribuzione del prodotto avverrà anche attraverso altri canali.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Autore: Mimmo Pelagalli 


a cura di AgroNotizie

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