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giovedì 6 dicembre 2018


«Siamo i contenitori della grande bellezza»

Un'edizione “speciale” due volte quella del rapporto Frutta&Verdura 2018 di MarkUp e Italiafruit News, presentata venerdì scorso a Milano nell'ambito dell'evento "Coltiviamo Bellezza... Facciamolo sapere". Speciale perché le aziende e gli imprenditori del settore hanno aiutato e guidato gli autori alla ricerca nella definizione più precisa di bellezza. Ecco l’interpretazione di Claudio Dall’Agata, direttore del Consorzio Bestack.

Cosa significa per voi bellezza?
La bellezza è riconoscere ciò che la natura offre e averne rispetto. Avere rispetto significa non sprecarla. La bellezza classica è fatta di dimensioni e di armonie, per questo per riconoscerla occorre prima di tutto conoscerla. Significa che per elevare la bellezza è doveroso raccontarla e quindi ascoltarla. Questo vale anche in ortofrutta, ma spesso ce ne dimentichiamo.

E come si può applicare al nostro settore?
Nel nostro ambito significa sapere mantenere la bellezza nel tempo e renderla visibile a chi compra. Oggi, in pratica, la confezione serve a dare più valore a frutta e verdura, a fare in modo che sia riconosciuta tanto da aumentarne il valore. Perché, se le confezioni in profumeria sono un elemento differenziante, possono esserlo anche nel nostro settore.
Ovviamente non si può pensare di confezionare le patate una a una, ma si può ragionare su confezioni monodose per esempio per i piccoli frutti, come si fa già per la frutta secca.
Eppure, per applicare la bellezza nel nostro settore serve coraggio. La bellezza è immaginare che si possa fare qualcosa di bello, di non convenzionale; immaginare qualcosa che oggi non c'è. Siamo un po' contratti, nessuno è facilitato: abbiamo prodotti innovativi, non ci mancano le idee, ma il coraggio di provare ad applicare queste idee nei soliti canali non è così scontato. Certo, non si può vivere senza Gdo, ma forse si possono affiancare altri modi di distribuire.



Come vede la bellezza nel futuro dell’ortofrutta?
Molte aziende stanno facendo cose egregie, il settore ha più consapevolezza rispetto a un tempo. Questo, però, non basta per evitare il progressivo scivolamento verso il pericoloso pantano delle commodity. Nel senso che i giovani non mangiano frutta, i margini calano, la qualità al consumo è percepita scadente, innovazione se ne fa poca. Insomma, i fondamentali non sono un granché, per questo occorre fare cose buone. E, se chi produce bene si arrogherà la responsabilità di distribuire bene, allora ci saranno grandi possibilità. Anche perché le cose brutte si comprano solo per necessità, le belle perché piacciono. Il nostro ruolo è stimolare percorsi di bellezza e contribuire a metterli in mostra.

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