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lunedì 19 novembre 2018


Mele, farm o beauty farm?

Se non fosse stato per le mani callose dei tanti frutticoltori presenti e i carri raccolta che troneggiavano al massimo del loro sbalzo nei padiglioni, ad una prima occhiata Interpoma poteva anche essere scambiata per una fiera di prodotti di bellezza. Nomi sinuosi come Tentation, Morgana, Yello, SweeTango e Amélie - oltre alle solite Pink Lady, Kanzy e Modì - facevano infatti bella mostra in stand altrettanto ammiccanti. Definizione perfette anche per creme miracolose ed essenze irresistibili, coniate però per ben più basiche varietà o linee commerciali di mele.

Per chi come noi ha visto il new deal del patrimonio varietale delle mele dall’inizio, questa situazione è oramai parte integrante dell’assetto di questo comparto, ma per la signora Maria che va a fare la spesa tutti giorni la cosa non è ancora così chiara. E’ abituata a classificare le mele per colore, con poche deroghe su qualche nicchia, come la Renetta e l’Annurca, poiché la Fuji è ancora quella scolorita e la Gala è una bicolore, per alcuni più rossa, per altri più gialla. Tanti nomi nuovi, senza la chiave per capirne le differenze, non generano da soli una segmentazione percepibile per chi le mele le deve prima comprare e, poi, consumare.



Di questo, però, a Interpoma non si è ancora visto traccia, quasi il problema non esistesse, malgrado già nell’edizione del 2016 qualche elemento di riflessione fosse emerso (leggi articolo).

Sul fronte della fase agricola e della successiva lavorazione e stoccaggio tanto di cappello: la manifestazione si è consolidata come un punto di riferimento a livello internazionale di elevata qualità, ma nella valorizzazione del prodotto è mancata la presa di coscienza che senza una o più modalità di segmentazione primaria alternative al colore e, secondaria, alla dolcezza – poiché la croccantezza è poco convincente visto che è soddisfatta da tutte le nuove varietà – finiremo per vedere una prevalente cannibalizzazione dei consumi fra le varietà anziché una crescita e una qualificazione, come purtroppo è già avvenuto, prima per le pesche, e poi per il pomodoro.



La questione è complessa perché richiede un minimo di visione comune sia da parte del comparto produttivo che della distribuzione, su cui si potranno poi innestare le politiche di marketing di ciascuna impresa della filiera. Abbiamo comunque recenti esempi di successo in altri settori dell’alimentare, anche senza bisogno di scomodare il solito vino. Basta pensare al cioccolato, che anziché sulla marca è oggi scelto sulla base della percentuale di cacao contenuta, o alle acciughe, che fino a ieri erano assolutamente indifferenziate agli occhi del cliente, mentre oggi sono rigorosamente divise in base al mare dove sono state pescate, con effetti molto positivi sui prezzi di vendita per chi le commercializza.

Per fortuna, oggi parliamo ancora di decine - qualche volta centinaia - di ettari di nuove varietà di mele in produzione nel nostro territorio, ma la progressione sarà esponenziale, per cui occorre far presto, prima che sia troppo tardi.

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