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mercoledì 21 novembre 2018


Sacchetti a pagamento, un boomerang senza precedenti

Nel gennaio scorso abbiamo pubblicato i risultati di un sondaggio su l’effetto che aveva avuto l’introduzione dei sacchetti ecologici a pagamento per pesare e prezzare l’ortofrutta nei supermercati (leggi l’intero articolo con link). L'analisi, ripresa da larga parte della stampa generalista e persino dal telegiornale, evidenziava un’inequivocabile reazione di boicottaggio al provvedimento da parte dell’opinione pubblica, con ampio uso di tecniche difensive. Solo un isolato “bastian contrario” della stampa di settore evidenziò perplessità sui nostri risultati, ventilando addirittura che cercassimo pubblicità con l’uso di fake news. Come se proiezioni fondate su ricerche scientificamente validate (e peraltro poi confermate dai fatti), possano essere confuse con il concetto di fake news. Che significa notizia (cioè fatto riportato) falso. Addirittura si sentì offeso della nostra risposta a quelle asserzioni (leggi l’intero articolo con link).

Già dopo un mese dall’introduzione del provvedimento, però, i primi dati sul cosiddetto “passato alle casse” dei punti di vendita a libero servizio evidenziavano uno spostamento senza precedenti degli acquisti di ortofrutta verso il preconfezionato, a scapito proprio dello sfuso pesato e insacchettato a negozio, a confermare le nostre valutazioni e a denunciare l’inutilità del provvedimento per ridurre l’uso della plastica, come poi confermato a maggio dall’Osservatorio Ismea sulle vendite di frutta e verdura del primo trimestre che, addirittura, titolava: “Effetto sacchetto sul reparto ortofrutta” (leggi l’intero articolo con link).



Come si evince dal Grafico 1, nei primi nove mesi dell’anno questo effetto si è ulteriormente consolidato, tanto che in un mercato dove supermercati e ipermercati segnano ancora il passo come quantità vendute in complesso, il cosiddetto peso imposto (Pi), ovvero la quota di prodotto in vendita già preconfezionato (che abbiamo considerato al netto dei prodotti di IV e V gamma che devono essere per necessità già confezionati all’origine), è aumentato del 5,8% rispetto al pari periodo del 2017, a fronte di un tonfo dell’8,1% per il peso variabile (Pv), in gran parte prodotto sfuso poi insacchettato e pesato a negozio.

Tradotto in soldoni, parliamo di quasi 43mila tonnellate, che valgono oltre 108 milioni di euro di maggior introito per il Pi e che parzialmente riequilibrano le 136 mila tonnellate perse dal Pv, che corrispondo a oltre 220 milioni di euro in meno. L’incidenza del peso imposto sul totale venduto da supermercati e ipermercati che, senza IV e V gamma, era stabile da un triennio sul 31% a quantità, balza così al 34%, con mesi in cui supera per la prima volta il 40% e, considerando anche la IV gamma, si avvicina al 43% (Grafico 2). Mentre a valore siamo già al 50%.



Sono numeri che fanno notizia da soli, ma se escludo Giovanni Esposito nell’articolo di qualche settimana fa su Retail Watch di Luigi Rubinelli (clicca qui per leggerlo), perché la stampa che si occupa di ortofrutta e distribuzione non parla di questa svolta?
Sono cose che non interessano più o parlare di prodotto preconfezionato è pericoloso perché siamo alle prese con il mare occupato dalla plastica? O, piuttosto, non piace dover ammettere di aver sottovalutato un provvedimento che, a chi si occupa di fenomeni demoscopici, lasciava pochi dubbi sulle possibili ricadute già prima che entrasse in vigore?

Prevedere quanto sarebbe successo, infatti, è stato relativamente facile anche subito dopo la sua applicazione. Bastava sapere che gli italiani comprano frutta e verdura in media fra due e tre volte la settimana, vale a dire che quindici giorni dopo l’introduzione del provvedimento avevano avuto già quattro o cinque occasioni per decidere se reagire o meno alla nuova imposizione. Non serviva aspettare per intervistarli; forse ora se ne sono già dimenticati alle prese con nuovi balzelli orditi per far quadrare i conti pubblici ma hanno mantenuto le nuove abitudini e questo è oramai un fatto che porteranno nel loro bagaglio di esperienze. Da chi ci ha ingiustamente accusato di protagonismo a tutti i costi ci aspetteremmo, come si conviene ai gentiluomini, almeno le scuse. Che, però, non sono ancora arrivate.



Speriamo almeno che questa lezione serva a chi ha responsabilità di governo nel tener conto del valore della percezione del cittadino per valutare la reale portata dei provvedimenti e, dopo, nel porre attenzione a comunicare per tempo ciò che si è fatto. A chi ha accesso ai canali di comunicazione, invece, auguriamo che questo episodio insegni che è bene concentrarsi nella ricerca scientifica, anche se i risultati non piacciono, modificando, oltre che sistemi di indagine che di scientifico nulla hanno, anche la propria suscettibilità. A volte un po’ di umiltà eviterebbe, oltre al resto, perdita di credibilità. La scienza, come dice giustamente l’epidemiologo Roberto Burioni, non è democratica.

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