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martedì 19 novembre 2019


Il topinambur sardo strizza l'occhio alle industrie di IV e V gamma

Ancora considerato un prodotto di nicchia, i numeri del Topinambur sono in costante crescita. A testimoniarlo anche Renzo Picci, proprietario dell’azienda Topinambur di Sardegna. “Anche se la raccolta è iniziata da poco, posso tranquillamente affermare che in un anno la nostra produzione è triplicata, passando dai 1500 quintali del 2018 ai 4500 quintali che raccoglieremo quest’anno - spiega l'imprenditore a Italiafruit News - Il topinambur è sempre più apprezzato, anche all’estero, e può contare su altissimi standard di conservazione”.


Un’avventura, quella di Topinambur di Sardegna, iniziata un po’ per caso. “I primi bulbi di Topinambur me li portò qualche anno fa un amico dalla Svizzera: dopo aver fatto selezione, l’anno scorso ho iniziato a coltivare i primi quattro ettari mentre quest’anno siamo a dieci ettari, affiancati anche da valeriana, scarola e spinaci. Sicuramente abbiamo dalla nostra un territorio fortemente vocato, quello della fertile pianura del Campidano, a circa 30 km da Cagliari, una zona ottimale anche per la produzione di carciofi e pomodori da industria. A garantire l’altissima qualità del prodotto la certificazione GlobalGap, che ci permette di concorrere con il topinambur veneto e garantisce una domanda in forte crescita. Attualmente l’80% della nostra produzione viene esportata, serviamo la grande distribuzione in Svizzera, Francia, Germania e Inghilterra”.



E sul processo di lavorazione, Picci continua: “La maggior parte del lavoro è manuale: dopo aver raccolto il prodotto lo mettiamo in una vasca con acqua affinché la terra si ammorbidisca. Il giorno successivo viene eseguita una pulitura a pressione e l’eliminazione manuale degli scarti. A questo punto passiamo al confezionamento, che può essere in vaschetta da 500 grammi o nelle casse da 7-8 kg. Il marchio, che può essere ‘Piccar’ o ‘Sardegna Produce’ viene inserito solo nell’imballaggio e non nelle vaschette, che possono poi essere rinominate dalle singole catene distributive. Al momento ci stiamo attrezzando per la raccolta meccanizzata, anche se finora la maggior resa di qualità l’abbiamo con la raccolta manuale. Questo perché il topinambur è un tubero dalla forma costoluta e spesso le macchine tendono a tagliarne via una parte. Per il futuro, prevediamo di integrare la raccolta manuale con quella meccanizzata finché non troviamo una soluzione che ci soddisfi”.



Programmi per il futuro? “Considerata la versatilità del prodotto, che si può utilizzare sia crudo che cotto, siamo alla ricerca di una collaborazione con le imprese di IV e V gamma che favoriscano la sua trasformazione industriale - conclude Picci - Poi sicuramente valuteremo un’espansione della coltivazione e un investimento sulle celle frigorifere, per allungare ancora di più la conservazione del prodotto”. 



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di Alice Magnani

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